LE ORIGINI DELLA SOCIETÀ EDISON
Nel 1881 il prof. Giuseppe Colombo aveva 45 anni e insegnava Meccanica industriale e Disegno di macchine presso l’Istituto Tecnico Superiore (come si chiamava allora il Politecnico),
quattro anni avanti aveva pubblicato la prima edizione di quel Manuale dell’ingegnere civile ed industriale che con successivi aggiornamenti avrebbe accompagnato gli studi e l’attività di generazioni di ingegneri italiani ed era forse la più autorevole personalità tecnico-scientifica milanese.
Già dagli anni giovanili aveva colto la necessità di “fondare” la cultura tecnico-scientifica in una società come quella italiana fino ad allora soltanto sfiorata dai complessi e profondi mutamenti produttivi, economici e culturali determinati dalla “rivoluzione industriale”.
L’impegno didattico lo aveva spinto a un assiduo lavoro di autoformazione e di costante aggiornamento su quanto si veniva elaborando nei vari settori tecnici e produttivi fuori d’Italia.
L’attenzione con cui aveva visitato e commentato le numerose Esposizioni
industriali, che dalla londinese Cristal Palace Exibition del 1851 giocarono un ruolo primario nella diffusione di nuove tecnologie, ne aveva fatto uno degli uomini più preparati a recepire e valutare la rilevanza delle innovazioni nel settore meccanico e nell’organizzazione della produzione.
In Colombo, peraltro, attività scientifica e accademica non erano disgiunte
dall’esercizio della pratica attività professionale e si univano
anche all’attività imprenditoriale:
«Io ho seguito parecchie vie nel corso della mia vita – affermava – ho cominciato con l’insegnamento ma ho anche esercitato la professione, convinto come
sono che in una scuola d’ingegneria il professore di una scienza
applicata deve saperla applicare egli stesso e ha tanta più autorità
sui suoi allievi quanto più può illustrare l’insegnamento coi
risultati delle sue personali esperienze».
Con Giuseppe Colombo andava dunque delineandosi una
nuova figura di ingegnere industriale fornito di solida preparazione
tecnico-scientifica e pronto a trasformarsi in imprenditore,
a diventare fondatore e manager di nuove imprese industriali,
spesso in settori nuovi, che avrebbe svolto un ruolo
primario nell’avvio all’industrializzazione dell’area lombarda
dall’ultimo quarto del XIX secolo.
Proprio l’articolata varietà di
interessi sopra ricordata avrebbe condotto Colombo a promuovere
la nascita dell’industria elettrica a Milano.
Come è noto, alla fine del 1881, l’ingegnere milanese, favorevolmente
impressionato dal sistema di produzione e distribuzione
dell’elettricità per illuminazione con lampade ad incandescenza messo a punto da Edison e proprio allora presentato
all’Esposizione Internazionale di elettricità di Parigi, si era
adoperato per promuoverne l’applicazione a Milano contemporaneamente
alle prime realizzazioni internazionali.
Trovato l’appoggio dei maggiori istituti di credito milanesi e
acquistato il macchinario americano, metteva in esercizio dal
giugno 1883 nell’ex teatro di Santa Radegonda la prima centrale
termoelettrica europea.
La Società generale italiana di elettricità
sistema Edison – costituita il 6 gennaio 1884 con un capitale di
3.000.000 di lire – che gestiva la centrale, curava anche l’installazione
di impianti isolati di illuminazione.
Le applicazioni
milanesi dell’elettricità, secondo tipologie e brevetti del “sistema
Edison”, si concretizzarono di fatto contemporaneamente a
quelle di New York e di Londra e con due anni di anticipo
rispetto a quelle di Berlino.
La centrale milanese, come quella
newyorkese di Pearl Street, aveva una potenza di 540 kW; con
successivi e progressivi ampliamenti avrebbe raggiunto i 1.300
kW dieci anni dopo.
Mancanza di know-how nella gestione di una centrale
termoelettrica ed elevati costi del combustibile erano all’origine
di tariffe elevate: dopo la riduzione del prezzo del gas illuminante
attuata dalla Union des Gaz entro il raggio d’azione della
centrale di Santa Radegonda, l’illuminazione elettrica costava
quasi il doppio di quella a gas.
La luce elettrica era ancora un
bene di lusso con un mercato molto ristretto: l’utenza rimase
limitata a teatri, ristoranti, hotels, circoli, grandi magazzini,
negozi ed altri esercizi pubblici.
Ma neppure le tariffe elevate
riuscirono inizialmente a condurre all’equilibrio tra costi e ricavi:
domanda insufficiente ed elevato consumo di carbone erano
responsabili di rilevanti passivi di esercizio.
Del resto, situazioni
analoghe si ebbero nel primo periodo di gestione delle centrali
anche nell’esperienza americana ed inglese del “sistema Edison”,
in paesi cioè in cui i costi del combustibile incidevano in misura
ben minore che in Italia.
Tuttavia se, sotto il profilo della produzione e distribuzione
dell’elettricità, l’esperienza milanese del sistema Edison fu molto
simile a quella delle omologhe imprese dei paesi anglosassoni,
non altrettanto accadde sotto il profilo delle strategie aziendali e
della dinamica imprenditoriale.
Nell’arco di pochi anni dall’inaugurazione
delle rispettive centrali di produzione, sia la Società Edison americana che quella tedesca, gestita da Emil Rathenau, diversificarono l’attività in campo elettromeccanico,
dando origine rispettivamente alla General Electric Company
(GEC) e all’Allgemeine Elektrizität Gesellschaft (AEG), che non
tardarono ad affermarsi come colossi multinazionali: l’attività di
produzione di energia, pur non remunerativa, fungeva da veicolo
promozionale delle più profittevoli attività elettromeccaniche.
Non altrettanto accadde in Italia, benché Giuseppe Colombo
fosse convinto che anche per la Edison milanese fosse ineluttabile
la diversificazione nel settore elettromeccanico.
Sicché pochi mesi dopo la sua costituzione, nel maggio 1884, la società deliberò
l’acquisizione del Tecnomasio Italiano Ing. B. Cabella –
un’azienda milanese che, pur nell’arretrata realtà italiana, era la
maggiore impresa elettrotecnica del Paese e che nel 1903
sarebbe poi entrata nell’orbita dell’elvetica Brown-Boveri – tuttavia
l’operazione venne bloccata dalle banche che controllavano
la società perché ritenuta troppo aleatoria, impedendo così interessanti
forme di diversificazione produttiva.
La Edison italiana
si vedeva dunque costretta a contare soltanto sull’attività di
produzione e distribuzione dell’elettricità per garantire la
propria sopravvivenza.
Il settore elettrico durante la sua fase costitutiva – gli ultimi
due decenni dell’Ottocento – fu caratterizzato dal rapido succedersi
di innovazioni tecnologiche che conferivano un’elevata
aleatorietà agli investimenti.
Il “sistema Edison”, che nel 1881
sembrava aver tanto brillantemente risolto il problema della produzione
centralizzata dell’elettricità e della sua distribuzione,
cinque anni dopo poteva già essere considerato obsoleto.
I vincoli tecnologici del sistema, che utilizzava corrente continua,
limitavano il raggio d’azione della centrale a circa 600 metri; fra
il 1882 e il 1885 la messa a punto del trasformatore rilanciò il
ruolo delle correnti alternate che, a differenza della continua,
erano suscettibili di “trasformazione” e quindi di trasmissione su
lunga distanza senza rilevanti perdite di potenza.
L’adozione delle correnti alternate permetteva di centralizzare
la produzione dell’energia su un’area immensamente
più vasta di quella consentita dal sistema Edison ed apriva la
possibilità di utilizzare altre fonti primarie, segnatamente
l’energia idraulica, in luogo del vapore.
La piena conferma di ciò si ebbe all’Esposizione di Francoforte del 1891 ove venne
realizzato il trasporto di energia idroelettrica su grande
distanza (175 km) a mezzo di corrente alternata trifase: ne
risultava dimostrata la superiorità tecnica del sistema “alternatore-
trasformatore-motore asincrono” sulla corrente continua e ciò segnava l’atto di nascita delle moderne reti elettriche.
Benché gli elevati costi del carbone e i suoi alti consumi specifici limitassero l’utilizzazione dell’elettricità all’illuminazione, a Milano nel 1888 venne tentata l’introduzione di
motori elettrici a domicilio con una tariffa di 54 cent. per kWh che si riteneva potesse rivelarsi competitiva, rispetto al vapore, per motori elettrici di limitata potenza, anche per i vantaggi circa flessibilità, pulizia, facilità di alimentazione e manutenzione.
I motori elettrici ebbero però modesta diffusione sia perché le tariffe erano comunque elevate sia perché la rete di distribuzione copriva soltanto una parte limitata del centro
cittadino.
Nel 1889 erano allacciati 12 motori con potenza compresa tra 0,5 e 10 CV, nel 1893 il loro numero salì a 18 per 28 kW complessivi.
Il progresso tecnico interessò comunque anche la generazione di vapore: le motrici a triplice espansione adottate alla Edison nel 1892 ridussero il consumo di carbone per ogni kWh prodotto da 5 a 3,4 kg. |