Acqua: gestione della risorsa
Ruolo e problemi del settore idroelettrico
L’importanza dei bacini idroelettrici per la migliore gestione della risorsa idrica e l’esigenza di incrementarne la produzione.
Intervista a Vittorio Vagliasindi, responsabile “Energie Rinnovabili” di Enel - (nov. 2007)
Quella idroelettrica è una fonte di primaria importanza per il bilancio energetico nazionale.
Lo è da un punto di vista economico, essendo ancora – e di gran lunga – la principale risorsa nazionale.
Ma lo anche dal punto di vista ambientale, poiché non ha emissioni inquinanti di alcun tipo, e quindi riveste un ruolo fondamentale nell’ambito della lotta per il controllo del riscaldamento globale.
È pertanto importante che questa fonte venga sviluppata al massimo delle potenzialità, poiché ogni kilowattora idroelettrico perso o non valorizzato si traduce automaticamente in maggiori importazioni dall’estero di elettricità o di fonti di energia primaria.
Cioè in maggiori emissioni nell’ambiente e in maggiori oneri per le tasche di tutti i cittadini, in un momento in cui il costo delle fonti che importiamo ha raggiunto i massimi storici.
Come salvaguardare questa preziosa risorsa, quando l’apporto idrico annuo sembra ridursi e, anche in un Paese ricco di acque come l’Italia, periodicamente si assiste a competizione per il suo uso?
«Innanzi tutto va detto che l’idroelettrico utilizza l’acqua, ma – diversamente da altri settori produttivi - non la consuma.
Si limita a sfruttare i salti di livello: cioè si prende l’acqua ad una certa quota e si rilascia la stessa identica quantità di acqua a quote più basse.
Con dislivello che può essere di qualche centinaio di metri per gli impianti a bacino di montagna, o di pochi metri per gli impianti ad acqua fluente, come ad esempio quelli situati sul Po.
Dal punto di vista dei consumi della risorsa idrica, quindi, l’idroelettrico non pone alcun problema.
Anzi, consente di razionalizzarne l’uso, perché i bacini e gli invasi idroelettrici trattengono l’acqua che scende nei momenti di maggiore disponibilità – che altrimenti verrebbe persa, defluendo in mare – e consentono di rilasciarla anche mesi dopo, nei momenti di necessità.
I problemi derivano dal fatto che negli ultimi anni effettivamente è piovuto di meno, soprattutto nel periodo estivo, quando è massima l’esigenza di acqua per altri settori produttivi, e in particolare per l’agricoltura.
Le criticità sono quindi legate all’andamento idrico dell’anno: ad esempio – per citare solo gli ultimi anni - nel 1999, 2000, 2001 e 2004 non ci sono stati problemi; nel 2003, 2005 e in parte quest’anno si sono invece registrati periodi di crisi, anche rilevanti».
Eppure il settore idroelettrico è stato a volte accusato di ridurre l’apporto di acqua a valle nei momenti di maggiore crisi.
Mi riferisco ad esempio alla situazione in Val Padana durante la siccità dell’estate 2003.
Non è possibile contribuire maggiormente ad alleviare i problemi nei momenti di crisi?
«Nei momenti di scarse precipitazioni il Po e i suoi principali affluenti si riforniscono dai grandi laghi prealpini e non hanno niente a che vedere con gli invasi idroelettrici, che per quantità di acqua disponibile in questi casi possono fare davvero ben poco.
Certo non possiamo ridurre i “consumi” di acqua, per il semplice motivo che acqua non ne consumiamo: tutta quella che utilizziamo la rilasciamo a valle degli impianti.
Come ho detto, i nostri bacini svolgono un importante ruolo benefico, trattenendo l’acqua nei periodi di disponibilità dell’anno per restituirla quando l’agricoltura ne ha bisogno. Cosa che facciamo regolarmente.
Quest’anno, ad esempio, abbiamo accumulato acqua nei mesi di marzo, aprile e maggio e abbiamo cominciato a rilasciarla a luglio e agosto, sopperendo le esigenze degli agricoltori, che sarebbero stati in crisi se avessero dovuto fare affidamento solo sulla piovosità.
Al riguardo va peraltro tenuto presente che l’acqua che utilizziamo non è di nostra proprietà, ma un bene pubblico che utilizziamo in concessione.
E le concessioni sono rilasciate a fronte di precisi vincoli, che vengono scrupolosamente rispettati.
Tra questi, appunto, c’è l’obbligo di rilascio per usi irrigui, in modo da garantire una portata costante sui “nodi” idraulici a valle, ovviamente tenendo presente le differenti condizioni locali.
È evidente che in Lombardia e in parte del Piemonte – dove ci sono i grandi laghi prealpini – la situazione è diversa da quella del Veneto, ove i laghi non ci sono.
Ma in questo quadro non è che possiamo decidere se rilasciare o meno l’acqua. Semplicemente abbiamo l’obbligo di farlo.
Solo al di fuori di questi vincoli siamo liberi di decidere come utilizzare al meglio l’acqua per ottimizzare la produzione di energia elettrica in relazione all’andamento della domanda e del mercato, alla quantità di acqua disponibile eccetera».
E, invece, cosa possono fare gli “altri”?
«Gli agricoltori possono ridurre i consumi di acqua, ad esempio passando dall’irrigazione a pioggia all’irrigazione a goccia, che a parità di beneficio sul prodotto ne utilizza molto meno.
In verità si tratta di uno sforzo di razionalizzazione che il settore agricolo sta effettuando già da molti anni. Va però incrementato.
Ma , in generale, il vero nodo della questione è che occorre porsi l’esigenza di una sana e razionale gestione della risorsa acqua a livello di Paese.
Il che vuol dire riduzione degli sprechi e razionalizzazione dei sistemi d’uso per tutti i comparti produttivi, adeguamento delle infrastrutture eccetera.
Tenendo ovviamente presente che quella idroelettrica è una risorsa indispensabile, che deve essere potenziata e non penalizzata.
Come peraltro è espressamente richiesto dalle direttive di politica energetica tanto nazionali quanto comunitarie».
Sull’esigenza di potenziare le fonti rinnovabili sono tutti d’accordo: governo, enti locali, comitati di cittadini, associazioni ambientaliste, industria. Tutti. Non è così anche per l’idroelettrico?
«L’idroelettrico è la principale fonte di energia rinnovabile nel mondo.
In Italia, dove copre circa il 90% di tutta la produzione da fonti rinnovabili – è ormai impensabile costruire nuovi grandi impianti.
Inoltre c’è la crescente esigenza di salvaguardare gli aspetti ambientali, con le problematiche legate al cosiddetto “minimo deflusso vitale”, che sono state rese più vincolanti dai recenti decreti legislativi n. 152/1999 e n. 152/2006.
In pratica, nel caso degli impianti a bacino, le derivazioni idroelettriche riducono di molto l’apporto idrico per un breve tratto a valle degli sbarramenti.
Le nuove norme impongono di rilasciare sempre un determinato quantitativo di acque per mantenere, appunto, un minimo deflusso vitale alla salvaguardia ecologica anche di quei brevi tratti di fiume.
In alcune Regioni – come la Lombardia, il Veneto e il Trentino – questa prassi è già in atto, ma l’applicazione generalizzata del minimo deflusso vitale in tutta Italia comporterà una sensibile riduzione della produzione idroelettrica» |

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