blackout .... fuori tema dodici .... 14 Settembre 2005

le ragioni degli industriali.. adamello 1984.. Miller 15 giugno 2004..

fuori tema .. fuori tema uno.. fuori tema due.. fuori tema tre.. fuori tema quattro.. fuori tema cinque.. fuori tema sei.. fuori tema sette.. fuori tema otto.. fuori tema nove.. fuori tema dieci.. fuori tema undici.. fuori tema tredici.. fuori tema quattordici.. fuori tema quindici..



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da la Repbblica di mercoledì 14 settembre 2005

L'ULTIMA LEGGE AD PERSONAM

di EZIO MAURO

Quando dicevamo che l'agonia politica di Berlusconi sarà una stagione terribile, in cui maturerà il peggio, non immaginavamo questo:
un cambio in corsa delle regole del gioco a pochi mesi dal voto, con un ribaltone improvviso dal maggioritario al proporzionale e una nuova legge elettorale tagliata a colpi di maggioranza sulle esigenze del centrodestra, come un doppiopetto del Cavaliere.

Dieci anni di maggioritario, un sistema che ha saputo garantire per due volte l'alternanza al potere della destra e della sinistra, vengono dunque bruciati in un falò privato ad Arcore, sacrificati all'incapacità delle forze del Polo di trovare una ragione politica per stare insieme.

Il risultato è paradossale.
Divisi su tutto e separati in casa, Udc e Forza Italia ricorrono alla superstizione estrema del proporzionale, ma lo fanno con due progetti politici opposti e inconciliabili.
Casini e Follini vogliono cambiare la legge elettorale per riprendere piena libertà di movimento e liberarsi per sempre di Berlusconi.
Il Cavaliere concede il cambiamento per la ragione opposta:
imprigionare ancora i centristi in questa campagna elettorale, fingendo che l'intesa possa continuare, e la sua leadership anche.

In realtà è l'istinto della fine che guida l'azzardo di Berlusconi.
Poiché in questo paesaggio politico, istituzionale, normativo, ha già perso, il Cavaliere prova a cambiare quadro e paesaggio.
Annunciando di essere pronto a ogni forzatura, anche nelle regole.
La prima è una legge disegnata sulle esigenze attuali del Polo, che trasforma in handicap elettorale la morfologia del centrosinistra.

Con lo sbarramento al quattro percento, com'è noto,i piccoli partiti (come i Verdi, i Comunisti ltaliani, lo Sdi, il movimento di Di Pietro) portano voti alla coalizione cui appartengono, ma non prendono seggi.

Ed ecco che nella nuova legge elettorale il premio di maggioranza non va alla coalizione che prende più voti, ma più seggi, in modo che se anche l'Unione confermerà i sondaggi vincendo con una larga maggioranza di voti, potrebbe trovarsi con questo artificio minoranza in Parlamento.

Prodi e i suoi hanno già parlato di "legge truffa".
In realtà è un'altra legge ad hoc, ad personam, nel solco del quinquennio berlusconiano.
L'Udc deve aver avuto un soprassalto di vergogna, perché ha annunciato che in Parlamento correggerà la norma, in quanto vuole "vincere senza barare".

Dunque è una legge da bari, quella che arriva alle Camere.
Non occorre dire altro.
Salvo chiedere a Follini e Casini se è questa la cultura centrista, istituzionale e moderata, che hanno decantato per tutta l'estate.
Ricordare a Fini che solo pochi anni fa si batteva per il maggioritario.
E consigliare a Berlusconi di non travolgere regole e istituzioni nel, vortice della sua disfatta, perché la repubblica gli sopravviverà, anche se per lui è inconcepibile.








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Da Il Manifesto di sabato 3 settembre 2005
- di ROBERTO ZANINI: Sul tetto del mondo

Sono poveri, per lo più neri.
Li chiamano sciacalli e li prendono a fucilate, gli agenti spareranno per uccidere perché la proprietà è più importante della vita, l'ordine più della giustizia.

E' la costituzione materiale del paese e guai a chi la tocca, del resto dio creò gli americani e Samuel Colt li rese liberi, perché meravigliarsi se liberamente si sparano addosso?
Per lo stesso motivo la benzina non può essere calmierata, non c'è crisi che tenga, la famosa mano invisibile ne forma il prezzo e chi lo raddoppia non è uno sciacallo ma un accorto imprenditore, lo stato stia alla larga.
Non avete i soldi? Andate a piedi.

L'uragano Katrina non ha, in effetti, avuto pietà.
Ha scoperchiato il tetto della prima potenza mondiale e messo a nudo il terzo mondo che custodiva in seno, nemmeno tanto nascosto.
Un paese povero, violento, disperato, vendicativo.
Un gorgo d'acqua ha risucchiato centinaia di migliaia di marginali verso il vorticoso centro di una tragedia fatta di acqua, classe e colore della pelle.

Se fosse un nero allagato della Louisiana ciascuno di noi spaccherebbe i vetri del negozio di fronte, e qualcuno anche della villa in quel bel quartiere sempre e soltanto sognato.
Sono sommersi da sempre e scrivono aiuto sui tetti malmenando l'ortografia di help e please, i salvati avevano la macchina e i soldi per l'albergo ed hanno disciplinatamente obbedito all'ordine di evacuazione.
Il loro paese dice poveretti ma corre a fare il pieno, prima che il maledetto gallone aumenti ancora.
La solidarietà è roba da cantanti e ex presidenti.
Vedremo il concerto per il Mississippi come una volta quello per il Bangla Desh e non sarà un caso.

All' Onu, dove è poco diplomatico che gli USA siano in coda a una classifica, i funzionari raccontano da anni che gli indicatori di sviluppo dei neri o del sud americano valgono l'Angola o l'India.
Letto bene? L'Angola. L'India.

Una superpotenza di marzapane ha visto la fiaba che raccontava trasformarsi in orrore e la strega Katrina reclamare le prede come in una qualsiasi Thailandia.
Una superpotenza che vive di favole, di debiti e di raffinata - questo sì - tecnologia bellica non ha saputo che fare.
Venti a duecento all'ora e acqua a tonnellate ne hanno spazzato via la crosta, sotto c'era l'inferno e lo sapevano tutti, ma adesso lo si vede in prime time, una riga sotto la legge marziale e i saccheggi si legge di palazzinari senza scrupoli che riversavano edifici al posto di mangrovie e paludi, di lobbisti che tagliavano la manutenzione degli argini per finanziare il taglio delle tasse, di presidenti che negano persino l'esistenza del riscaldamento globale.

Ma questa volta gli Stati Uniti non sembrano stringersi intorno al comandante in campo, al leader eletto - beh, eletto... - per dare vita al Nuovo secolo americano.
La Louisiana vada a picco, l'Alabama segua pure, noi non abbiamo soldi, ci pensi qualcun altro.
E' il federalismo, bellezza.
Da noi, quelli di Forza Etna sono diventati forza di governo.

L'uragano è riuscito persino a ritirare un po' di truppe dall'Iraq.
Invece di sparare ai check-point di Baghdad spareranno a quelli di Baton Rouge, quindi non è una grande notizia, ma milioni di persone in piazza non c'erano riuscite e migliaia di morti annegati sì.
Bush dice "è inaccettabile" ma inaccettabile è lui, l'occidente che lo ha prodotto, le circostanze che lo hanno portato sul tetto del mondo.
Adesso l'acqua è arrivata anche là, mentre a New Orleans infuria una tempesta umana.



Da La Repubblica di domenica 28 agosto 2005
- di E.SCALFARI: I complici del Governatore

.....(omissis).....Risiko bancario, politica degli ostaggi in Iraq: due fattispecie lontanissime per argomento l'una dall'altra, ma unificate da un effetto di grave caduta della credibilità del nostro Paese sul mercato finanziario e nella politica estera.
Ho scritto più volte che siamo da quattro anni governati da un gruppo di dilettanti avventuristi.
Purtroppo se ne ha ogni giorno la deprimente conferma.


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Da La Repubblica di martedì 23 agosto
- di Gad Lerner: Io, meticcio immigrato che Pera non vuole

Sono un meticcio immigrato nella penisola italiana ormai quasi mezzo secolo fa, di quelli che rischiano d'inquinare la pura razza toscana cui appartiene il presidente del Senato, Marcello Pera.
In effetti ho generato dei figli con donne italiane.
Nei giorni scorsi giocavano a pallone in Maremma con gli agenti della scorta di Pera, probabilmente mentre lui stava rinchiuso a cogitare il suo discorso di Rimini.
Spero la circostanza non lo inquieti troppo.
Loro non si sentono meticci, ma italiani. Come me.

Quando nel novembre 2004 Pera dichiarava a questo giornale: "Noi liberali non dobbiamo più limitarci a dire "non possiamo non dirci cristiani".
Ma adesso "dobbiamo dirci cristiani".
E tutti gli europei dovrebbero dirlo. Soprattutto se laici", potevo ancora limitarmi a sorridere: liberale dei miei stivali.

Ma adesso non mi diverto più. Stiamo parlando della seconda carica dello Stato.

E' assai grave vedere proprio lui, che secondo la norma costituzionale potrebbe essere chiamato in ogni momento a garante supremo dell'unità nazionale, trasformarsi in un pusher d'identità artificiali e manipolate.
Pera scherza col fuoco senza saperlo quando dichiara: "In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata e si diventa tutti meticci".
E quando richiama l'esigenza di una società "virtuosa" aggettivando la democrazia con inediti termini minimizzanti: "Una democrazia relativista è vuota", dice, "ci fa perdere identità collettiva e ci priva di qualunque senso obiettivo del bene".

Magari bastassero i richiami al Sinai, al Golgota e all'Acropoli per definire il senso obiettivo del bene nella società contemporanea.
Possibile che non si colga il pericolo insito in questo richiamo frettoloso alle tradizioni, in questa bolsa retorica della riscoperta delle radici che affligge ormai il lessico pubblico?

Non sta a me giudicare la disinvoltura manifestata nella ricerca affannosa di una nuova identità da un leader politico che solo due anni prima di enunciare l'imperativo "dobbiamo dirci cristiani", si dichiarava contrario a che nel preambolo della Costituzione europea figurasse un richiamo esplicito alle "radici giudaico-cristiane".

Con quel prefisso, "giudaico", peraltro frettolosamente appiccicato in barba a secoli di storia.
In tempi di chirurgia estetica, anche Pera è libero di rifarsi i connotati intellettuali.

Ma la sua vicenda pubblica rivela la vera malattia delle nostre società spaesate, su entrambe le sponde del Mediterraneo e un po' dappertutto in giro per il mondo: l'illusione che le identità, singolari e plurali, possano essere costruite a tavolino, frugando nel passato e invano cercandovi rassicurazione, coesione, orgoglio d'appartenenza.

Pera fa un uso dei simboli non molto più sofisticato di quello che va per la maggiore nelle curve degli stadi di calcio.

Con il rischio di produrre effetti ancora più nocivi.
Ha paura del meticciato che caratterizza la nostra metropoli globale.

Contribuisce a demolire il paradigma culturale universalistico - quello sì felice prodotto storico dell'evoluzione delle culture giudaica, cristiana e illuminista - in base al quale siamo giunti a considerare gli uomini tutti uguali e dunque titolari dei medesimi diritti.

In quel suo parolaio sentirsi già in guerra - ma perché non partono mai volontari, questi predicatori? - risuonano gli echi della "nouvelle droite" europea che non celebra più la superiorità razziale, ma insiste sulla "naturale" differenza fra gli esseri umani.
Non solo. L'inedito attacco alla democrazia "relativista" apre nuovi interrogativi sulla fonte della sovranità.
A chi spetta la corona? Il potere torna a essere legittimo quando viene insignito dall'alto? Gli spacciatori d'identità manipolate si assumono gravi responsabilità in tempo di guerra, specie se rivestono importanti cariche pubbliche.
La loro propensione alla metamorfosi, magari solo con lo scopo di improvvisare una nuova armatura culturale che dia forma a uno schieramento politico in crisi, vista l'impossibilità di riproporsi liberale e liberista, è segno di debolezza.

Marcello Pera farebbe bene a prendere lezioni da Ariel Sharon, un leader conservatore disposto a scontrarsi duramente con le tendenze integraliste che minacciano la natura laica dello Stato israeliano; consapevole di come una falsa esegesi biblica abbia prodotto effetti devastanti in seno alla stessa comunità nazionale.
Ma il discorso di Rimini è rivelatore anche di una degenerazione parossistica in cui precipita la storica tendenza italiana al trasformismo, raggiungendo le più alte sedi istituzionali.

Già una terza carica dello Stato, l'ex presidente della Camera, Irene Pivetti, si era resa protagonista di singolari trasformazioni: da leghista a seguace di Mastella; dal tailleur della cattolica vandeana all'abbigliamento fetish studiato per lei da crudeli costumisti televisivi.

Adesso tocca alla seconda carica dello Stato.
Pera come la Pivetti? Magari, sarebbe il danno minore. Ecco dove porta l'ossessione della ricerca delle radici.



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Da La Repubblica di mercoledì 24 agosto 2005 - Tutti contro Charles Darwing - l'America si scopre "neo creo"

di Vittorio Zucconi
..............omissis...............
Pieno fondamentalismo, dunque.
Teo con, neo con, ora neo creo, sono volti diversi di una evoluzione tipicamente e ironicamente darwiniana, che favorisce il successo e la sopravvivenza degli organismi capaci di profittare meglio dell'ambiente nel quale esistono.
E oggi l'ambiente pagante è la destra culturale, religiosa e politica, avida di ritorni a un passato rassicurante, semplice e gerarchico, nel quale rifugiarsi perché passi la nottata di un tempo inquietante, confuso e complicato.


- Martedì 12 luglio 2005 - Il Manifesto - ...lettere... -pag. 11 -
……..(omissis)…….. Ma se ci prendiamo per i fondelli da noi, e non abbiamo neppure il coraggio di dirci, che il "nostro stile di vita" non è, "la nostra democrazia", e che usiamo la seconda come foglia di fico, per nascondere il fatto che è il primo, a cui non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare, ebbene, dobbiamo arrenderci all'evidenza: chi, sino ad ora il nostro stile di vita lo ha pagato per noi, non è più disponibile a farlo e ci sta dicendo, che morto per morto lui, vuole anche la nostra morte.
In fondo è di semplice identificazione, il bivio che abbiamo innanzi: vogliamo continuare a vivere democratici e pasciuti come abbiamo fatto negli ultimi decenni?, bene nessuno ce lo potrà impedire, se da oggi, il conto lo paghiamo noi.
Se invece pretendiamo di continuare a farlo pagare ad altri, dobbiamo sapere che quegli altri non ci stanno più, e che l'escalation del terrore, che per noi è già al massimo, per loro è solo al minimo, perché non hanno più nulla da perdere.
Crediamo di farcela a fermarli, massacrandoli prima che arrivino ai nostri metrò?, solo perché siamo più determinati e cristiani di loro? Se non si cambia tattica e non si aggiorna, modificandolo nel profondo, il nostro obiettivo strategico, l'Occidente con la maiuscola non ha scampo.
È già successo, e a civiltà in proporzione, molto più "forti" della nostra.
Vittorio Melandri


Da la Repubblica di mercoledì 8 giugno 2005 - pag. 11 , - Di Carlo Brambilla - intervista a Enzo Biagi
..............omissis...............
Ci sarebbe da ridere...
"Se non fosse il capo del governo. Il vero sogno di Berlusconi è un regime. Questa è la verità. Uno di quelli che mi attacca di più si chiama Fabrizio Cicchitto, ovvero "l'itala gente dalle molte vite", come dice il poeta.
Parte lombardiano e approda a Forza Italia. Chissà che tormentato percorso morale e ideologico. Provo per lui una sincera compassione.
E' difficile reggere molte parti in commedia. Certo tra Riccardo Lombardi e Silvio Berlusconi c'è molta differenza".

Berlusconi sostiene che i giornali raccontano un sacco di bugie sul suo conto.
"E straordinario. La sua è una storia meravigliosa per chi cerca un soggetto per la televisione.
Come raccontando una montagna di balle uno diventa presidente del Consiglio.
Un caso così non c'è in tutto il mondo. D'altra parte tutti i Paesi hanno i governi che si meritano".



Da La Repubblica di venerdì 1 aprile 2005 - RIBELLIAMOCI A CHI CANCELLA LA COSTITUZIONE - CORRADO AUGIAS -

.....(omissis)...... non hanno avuto il coraggio di far spiegare bene ai loro telegiornali l'importanza (la gravità) dei cambiamenti e che manca solo una sbrigativa procedura all'approvazione definitiva.

Gustavo Zagrebelsky ha scritto su questo giornale: "Una costituzione del governo non è una costituzione perché non ne ha la legittimità necessaria"

C'è anche un altro modo di vedere la cosa, terra terra.

Dei quattro uomini che hanno preparato la bozza
uno apparteneva a un piccolo partito dove con il tricolore ci puliscono per terra,
uno a un partito che alla stesura della Costituzione del '48 non partecipò per indegnità,
uno a un partito il cui capo confessa spensierato di non avere il senso dello Stato,
uno a un partito che dell'altra Costituzione fu parte fondamentale (lo dimostra la reazione del vecchio Andreotti) ma che evidentemente è di temperamento flessibile.

Quattro persone, riunite in una baita col pulloverino sulle spalle se mai facesse freddo durante la passeggiata, hanno fatto a pezzi la legge fondamentale rimontandola secondo le istruzioni del loro suggeritore.
Davvero la nostra fibra è così molle da meritare tutto questo?

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Last updated 28.2.2005