blackout.... fuori tema otto .... 19 Novembre 2004

le ragioni degli industriali..
adamello 1984.. Miller 15 giugno 2004..

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fuori tema

otto


Arno


Ministro di guerra

di Gianpasquale Santomassimo

Sessantun anni dopo Galeazzo Ciano, torna agli Esteri un fascista italiano.

Probabilmente per gli stranieri la "notizia" sarà questa.
Ma è una chiave di lettura sbagliata, che guarda al passato lontano anziché al presente e al futuro.
Certo è anche l'atto finale di uno "sdoganamento", che non a caso ha dovuto cercare le ultime legittimazioni all'estero, a Bruxelles, a Tel Aviv e a Washington, mentre non ha incontrato grandi problemi in Italia, dove una buona metà dell'opinione pubblica e di chi la costruisce hanno rivelato un'ansia significativa di riappacificarsi col passato peggiore del nostro paese, nel quale del resto molti italiani si rispecchiano in una continuità coerente nella sostanza assai più che nelle forme.

Ma è anche significativo che oggi la tradizione impersonata da Gianfranco Fini sia percepita come "moderata" (e che per certi aspetti lo sia davvero) nel dibattito interno alla coalizione di governo; il che ripropone ancora una volta il problema di cosa sia oggi la destra italiana, quali interessi e pulsioni rimescoli, quali prospettive suggerisca al suoi elettori, attorno a quali "valori" si aggreghi il suo consenso.

Questa tradizione nel portare a compimento la sua definitiva emersione ha dovuto strada facendo ingoiare molti rospi, probabilmente ancora mal digeriti, dall'accettazione di un liberismo sempre avversato all'improvvisa vanificazione di cinquant'anni di sermoni sul "senso dello stato", bruciati in pochi mesi di leggi ad personam e di assalto alla magistratura.

Ma è anche, accanto a quella del clericalismo di destra, l'unica tradizione storicamente strutturata della destra italiana, dotata di una cultura politica e di una pratica amministrativa, che può candidarsi - e di fatto si candida ufficialmente oggi - alla successione di un berlusconismo ormai in disfacimento sempre più rapido e inatteso nel suo precipitare improvviso.

Fini agli Esteri significa una scelta di allineamento ribadita e rafforzata a un tentativo di costruzione di un nuovo ordine mondiale - per ora fallimentare ma forse per questo ancor più pericoloso - che avvicina ancor più la destra italiana agli Stati uniti e la distacca ulteriormente dall'Europa.

Per la nuova amministrazione americana, finalmente legittimata da un voto, e decisa ad andare avanti sulla sua strada senza compromessi e mediazioni, è confortante sapere che accanto al tradizionale alleato britannico, all'Australia e al Sultanato del Brunei ci sia un altro alleato a prescindere su cui contare, disposto perfino a inviare la carne da cannone che ungheresi e polacchi ormai negano.

Questo particolare allineamento, che Finì incarna, non è quello dai toni invasati di Marcello Pera o Antonio Martino, ma è la scelta geopolitica, a suo modo razionale, di una destra che riconosce come alleati naturali Ariel Sharon e Condoleeza Rice, simboli di mondi un tempo odiati.

Non è tanto guerra di civiltà ma civiltà di guerra, propria di una tradizione che ha guerra e militarismo nel sangue, che ha bisogno di nemici interni ed esterni per giustificare la sua esistenza.

E' una Italia rattrappita e impoverita che ha bisogno di tricolori che sventolano all'estero, di "nostri ragazzi" da salutare nei collegamenti televisivi, di bare su cui piangere e su cui speculare.

Un'Italia che sembrava residuo del passato ma che ha ritrovato attualità nel tempo della guerra infinita, senza limiti e senza confini.

Un nazionalismo straccione che resta l'unica ancora a cui aggrapparsi mentre crollano i sogni di arricchimento spacciati da Berlusconi nelle campagne elettorali.

Basterà?
Un tempo sarebbe bastato, oggi è molto difficile.
Probabilmente l'elettorato del pubblico impiego sacrificato sull'altare del taglio delle tasse non si sentirà appagato da chiacchiere patriottiche.

Ma a questo punto accreditarsi e acquistare potere è ciò che conta, mentre Berlusconi da risorsa invincibile sta trasformandosi sempre più in una palla al piede, di cui una parte della destra non vede l'ora di liberarsi.



da "Il Manifesto" di venerdì 19 novembre 2004


lago di Campo


valle Adamé



Da il Venerdì di Repubblica del 27-11-2004 pag. 17

Di Curzio Maltese


La destra è un'accozzaglia di fascismo residuale, xenofobia, integralismo cattolico e pseudoliberismo, tenuta insieme soltanto dalla personalità del fondatore e ancor più dai suoi interessi.
Una volta blindati gli interessi di Berlusconi, la maggioranza si sta squagliando, divisa su tutto e riunita ogni volta dalla fame di poltrone.
È un'armata Brancaleone senza parentele con la grande destra europea.
Non stupisce che in Europa diventi indifendibile perfino il moderato Buttiglione, per non dire di Berlusconi, Fini o Bossi.


Purtroppo nemmeno la sinistra ha finora dimostrato una solida cultura politica, se non nell'europeismo dei primi anni di Prodi.
Esaurita la spinta europeista, quel governo e il centrosinistra non hanno più trovato una bussola.
Per una ragione o per l'altra, il centrosinistra attuale ha messo in soffitta tutti i grandi filoni culturali del progressismo italiano.
Non poteva conservare il credo comunista, largamente maggioritario, ma ha mantenuto l'antico odio cattocomunista per il laicismo azionista e socialista, per il pensiero libertario e per il moderno ambientalismo.


valle Adamé


valle Adamé


valle Adamé


valle Adamé

Da il Venerdì di Repubblica del 18-02-2005 pag. 11 -- di Giorgio Bocca: Errori di ieri e propaganda di oggi

Dove vivono quelli che ridono e sfottono quando si parla di regime?
Li leggono i giornali italiani, le vedono le televisioni italiane?
Non si accorgono che il progetto di una Italia nera, reazionaria, lasciata alla prepotenza dei più ricchi, dei più forti è il tema di ogni giorno, di prossima attuazione, con un capo del governo neofascista, con presidente della Repubblica Silvio Berlusconi?

Una formazione a tenaglia che a proporla solo pochi anni fa sarebbe apparsa una provocazione assurda, una voglia di incubo per una democrazia nata dalla Resistenza, per uno Stato fondato sul patto dei cinque partiti del Comitato di liberazione.
La storia non è mai ferma, si dice, i cicli e i ricici sono inevitabili, ma il ritorno al peggio è sconsolante, un delitto contro la ragione, un pervicace attaccamento al menzognero.
Tornano con untuosa tenacia tutte le campagne diffamatorie del fascismo vecchio e nuovo, e anche a sinistra c'è chi ci cade.
Prendiamo la tragica storia delle foibe.
Furono una tetra pagina della guerra mondiale, una feroce vendetta degli sloveni sugli occupanti italiani.
Ma parlarne come si fa oggi dalla destra, estrapolate da quella storia è cattiva propaganda.
Le foibe, gli italiani gettati nelle grotte carsiche ci furono perché ci fu per venti e passa anni una occupazione fascista dell'Istria, una repressione della minoranza slava; perché ci fu una guerra alla Jugoslavia e un'occupazione in cui il nostro esercito assieme ai cetnici e agli ustascia commise delitti atroci sui partigiani ma anche sulla popolazione civile come anche l'Osservatore Romano ha voluto ricordare.

E a guerra finita i De Gasperi, i Togliatti, che erano politici ragionevoli, dovettero gestire nel modo migliore quel passato feroce in cui tutti si erano sporcati le mani di sangue.

Ragion per cui anche la sinistra accettò di stendere il silenzio sulle nostre e sulle altrui efferatezze, non ci fu nessuna indagine sul comportamento delle nostre truppe durante l'occupazione e si cercò di accettare anche l'esodo degli italiani dall'Istria come un inevitabile prezzo della sconfitta, perché fummo noi non altri a marciare su Lubiana e su Spalato.

Ma riaprire sessanta anni dopo quel passato, senza alcun vantaggio per il presente, senza il minimo giovamento all'attuale convivenza fra i due popoli e senza la necessaria contestualizzazione storica, fa sospettare che l'operazione nasca solo per dar fiato a un anticomunismo elettorale a comunismo morto e stramorto.


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